Blogtour #8

Ottava tappa, sul blog Le passioni di Brully

 

*Senza memoria*

Due giovani ragazze si svegliavano l’una accanto all’altra senza memoria; entrambe svestite, entrambe coperte da una sorta di fanghiglia appiccicosa dalla testa ai piedi. Le due giovani aprirono gli occhi contemporaneamente e si guardarono stupite per qualche secondo: erano nella stessa surreale situazione, ma non c’era familiarità tra i loro sguardi. Dimostravano la stessa età, una ventina d’anni al massimo. Entrambe avevano capelli molto lunghi, ridotti quasi a un impiastro fangoso, ma non si poteva dire che si somigliassero: una era alta, vantava un fisico estremamente slanciato, fin troppo magro; l’altra era ben tornita, decisamente più minuta, alta poco più di una bambina. I lineamenti del suo viso sporco erano molto morbidi e, nonostante l’oscurità, spiccavano sul suo volto due bellissimi occhi verdi. Fu lei ad alzarsi per prima: iniziò a guardarsi attorno, cercando di capire dove si trovasse.

Era notte, ma una debole luce proveniente da una serie di lampioni in lontananza le permise d’individuare grosse montagne di sabbia grigia attorno a lei. Dopo aver realizzato di non avere alcuna idea di cosa le fosse accaduto, o di dove si trovasse ora, provò finalmente a rivolgersi a quella che aveva l’aria d’essere sua compagna di sventura: “Che cosa è successo? Dove siamo?” La ragazza dagli occhi scuri non rispose né si alzò. Diede solo uno sguardo alla malcapitata che aveva davanti, senza mostrare alcun interesse. In risposta a quel silenzio, la ragazza dagli occhi verdi camminò a passo svelto verso un grosso sacco che aveva notato guardandosi attorno. Ne grattò con forza la sommità in modo da romperlo e farne fuoriuscire una gran quantità di sabbia simile a quella ch’era sparsa quasi dovunque attorno a loro. Infine, lo sistemò in modo da poterlo indossare e coprire le sue nudità, per poi rivolgersi ancora alla ragazza dagli occhi scuri: “Stai bene? Vuoi che te ne faccia uno?” le chiese. Questa la ignorò nuovamente. Si mise seduta e provò a passarsi le dita sulle braccia, cercando di far venire via lo sporco. Constatando che questa operazione non le riusciva, chiuse gli occhi e si rannicchiò con la testa sulle ginocchia, cercando disperatamente di ritrovare il suo ultimo ricordo. La ragazza dagli occhi verdi girò su se stessa e se ne andò. Iniziò a vagare per il cantiere in cui si era risvegliata all’improvviso senza alcuna cognizione. Colta da una sorta di cleptomania, trovò una busta di plastica e iniziò a metterci dentro tutto quel che incontrava sul suo cammino. Quando raggiunse l’uscita, la busta conteneva un martello, due cacciaviti, un numero imprecisato di chiodi arrugginiti, un cappellino di tela e due piccoli sassi. S’incamminò risoluta sul lieve pendio che l’avrebbe condotta in strada, ma i suoi passi rapidi si bloccarono all’arrivo di due automobili. Le erano sfrecciate davanti all’improvviso, passandole a pochi palmi dal naso e facendole strabuzzare gli occhi. Restò impietrita sul ciglio della strada, certa di non aver mai visto nulla del genere. Lasciò passare qualche secondo, poi si fece coraggio e tentò nuovamente l’attraversamento, sorprendendosi questa volta della spiacevole sensazione che l’asfalto dava ai suoi piedi nudi. Schivò per un pelo una nuova automobile, ritrovandosi finalmente sana e salva sulla piazzetta di fronte al cantiere.

Era stata attratta dalle aiuole e dagli alberi che riempivano lo spazio tra le panchine, e aveva deciso che avrebbe passato la notte in quel luogo. Andò a sedersi su una delle panchine, cercando per una attimo di far mente locale: era come se sentisse di dover fare qualcosa, di dover compiere tutta una serie di gesti a cui non sapeva dare significato. Questo bisogno, quasi non le permetteva di ricordare che si era svegliata nuda e senza memoria in un posto che non conosceva. “Ma che bel vestito!” disse all’improvviso un ragazzo basso e malconcio, sbucato dal buio. Puzzava d’alcool e viveva in pianta stabile sulla panchina su cui ora stava seduta quella strana ragazza. Lei si voltò a guardarlo: “Trovi che sia bello?” gli chiese, stupendolo con la sua voce melodiosa. Il senzatetto si sedette accanto a lei: Probabilmente è strafatta, dunque, altrettanto probabilmente, ci sta. “Hai rubato un sacco di cemento. Cosa ne è stato dei tuoi vestiti?” le domandò con fare amichevole, avvicinandosi abbastanza da farle percepire il suo alito appestante. “Forse li ho persi, forse non li ho mai avuti. Tu dove hai preso quel che hai addosso?” ribatté lei, senza scomporsi minimamente. Il ragazzo era sempre più stranito. “Mi chiamo Carlo, e tu?” provò a chiedere. “Dove hai preso quei vestiti?” insistette lei. “Li ho trovati in giro. Come ti chiami?” domandò ancora, sporgendosi a guardare la busta di plastica che la ragazza stringeva in mano e cercando d’indovinarne il contenuto. “Questa non è una domanda facile…” sospirò, assumendo per un secondo uno sguardo assorto, ma iniziando poi a fissare Carlo con insistenza. “Come?” fece lui. “Come mi chiamo, io?” chiese lei. Carlo non riuscì a sostenere lo sguardo di quegli occhi verdi. Era strano per lui, non ricordava di esser mai stato messo così a disagio nell’ambito di una semplice conversazione. Quella ragazza non aveva soltanto dei begli occhi, c’era qualcosa di più: forse era quella strana sicurezza, il modo in cui pronunciava frasi senza senso con una convinzione completamente fuori luogo. Carlo ci pensò per qualche secondo, poi si voltò nuovamente a guardarla in viso e rabbrividì. Per qualche ragione, non aveva più nessuna voglia di avere a che fare con lei.

Indugiò ancora per qualche secondo, come se scacciare una ragazzina dal suo territorio fosse cosa difficile.

E mentre lui perdeva tempo, lei prese la sua busta e se l’appoggiò sulle gambe. Iniziò a rigirarsi tra le mani gli oggetti che aveva raccolto: Una parte di me sa esattamente quel che va fatto… Così si alzò in piedi e cercò con insistenza lo sguardo di Carlo. Poi estrasse il martello e lasciò cadere a terra il resto. In un gesto rapido, roteò l’oggetto fino a raggiungere con forza la fronte del senzatetto. Continuò a guardarlo negli occhi, mentre il suo cranio si fratturava a seguito del colpo. Lasciò che si accasciasse a terra, poi si chinò a guardarlo più da vicino e sorrise: con tocco lieve, sfiorò uno dei bulbi oculari uscito dall’orbita. Non sapevo che gli occhi umani fossero sfere perfette. In seguito al macabro pensiero, fece per sfilare la maglietta allo sventurato, ma era troppo impregnata di sangue e altra robaccia fuoriuscita dalla sua testa rotta, così, si limitò a prendergli i pantaloni e le scarpe. Una volta vestita, recuperò i suoi preziosissimi oggetti e li ributtò nella busta, per poi tornare a sedersi sulla panchina e tentare ancora di radunare i suoi pensieri, cosa che sembrava non riuscirle assolutamente. Si alzò e prese a guardarsi intorno, gettando occhiate verso il cantiere, delusa dal fatto che attorno a lei non ci fosse più anima viva. Iniziò a camminare nervosamente in linea retta, senza avere idea di dove stesse andando, fin quando, a un certo punto, qualcosa colpì la sua attenzione. Si fermò, girandosi rapidamente per guardare alla sua destra, convinta di aver visto un’altra ragazza. Osservando meglio, si accorse che si trattava soltanto di un manichino. La vetrina, ormai buia, lasciava intravedere uno spettacolo che le piacque molto: un vestitino bianco lavorato, chiuso da nastri che s’incrociavano sul petto e orlato di pizzi. Ancora una volta il martello venne estratto; ancora una volta il colpo andò a segno. La ragazza passò quel che rimaneva della notte a infrangere vetrine dal contenuto interessante. Alle prime luci dell’alba, pur avendo camminato quasi ininterrottamente per ore, ancora non si sentiva stanca. Giunta la mattinata, le strade avevano iniziato poco a poco a essere inondate dalle auto, cosa che l’aveva parecchio infastidita. Dopo aver rischiato di essere travolta a ogni tentativo di attraversamento, la ragazza aveva finalmente trovato un’isola pedonale. I suoi occhi furono quasi incantati dalla bellezza di quel luogo: nel mezzo di una larga piazza elegantemente lastricata in pietra sorgeva un imponente castello, davanti al quale si ergeva un complesso monumentale di pietra scura. La ragazza si avvicinò per vedere meglio quelle statue, che rappresentavano soldati armati di fucile. Per la prima volta ebbe l’impressione di trovarsi davanti a qualcosa che aveva già visto, ma il senso di familiarità non servì a controllare l’irresistibile forza che la spingeva verso una meta ignota. Aggirò il castello, continuando a guardare le abitazioni eleganti che circondavano la piazza, senza mai rallentare il passo, fino a imboccare una lunga via ugualmente elegante e ugualmente priva del fastidioso via vai delle auto. A quel punto, però, dovette ammettere che quei bolidi su ruote non erano il suo unico problema: si sentiva estremamente a disagio sotto lo sguardo della gente. Le persone sbucavano da ogni luogo e sembravano moltiplicarsi senza freno. Solo poche ore prima le era spiaciuto non avere compagnia, ma ora rimpiangeva la solitudine. Così accelerò il passo, allontanandosi dalla folla: si sarebbe rannicchiata in qualche angolino, attendendo l’arrivo delle tenebre. La luce del giorno attirava le folle, e le folle, decisamente, non facevano per lei.

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