La squilibrata con il martello…

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Per quanto le prime notti di primavera fossero ancora un po’ fredde, i locali all’aperto lungo il corso del fiume attiravano già moltissima gente. I gruppi di amici che camminavano in branco, ridendo e scherzando tra loro, creavano un’atmosfera di spensieratezza quasi festosa, rendendo quel breve tratto di città simile a una località balneare durante l’alta stagione.
Non tutti si divertivano, però: Fabrizio era stato malamente scaricato dai suoi amici, che avevano avuto la fortuna di rimediare due ragazze con cui divertirsi; soltanto due, una per ognuno di loro, appunto. Il ragazzo se ne stava incautamente appoggiato al muretto che lo separava dal fiume, sbuffando e attendendo che i suoi amici concludessero i loro affari.
Annoiato, con la rabbia attenuata dalla comprensione verso il loro gesto, lasciò che il suo sguardo cadesse sulla piccola spiaggetta sottostante: non ci si poteva andare, era chiuso, eppure c’era una ragazza rannicchiata a terra.
Fabrizio scavalcò una transenna arrugginita e scese il più cautamente possibile una scala pericolante, raggiungendola. Vide che indossava un abito bianco da cerimonia, ma aveva i capelli sporchi e scompigliati in modo pietoso.
La ragazza lo sentì arrivare e si voltò, puntandogli i grandi occhi verdi dritti in faccia. Non fece nient’altro, ma il suo sguardo bastò a metterlo a disagio.
“Stai bene? Non si dovrebbe stare qui…” le disse Fabrizio, sorprendendosi di come la sua voce fosse uscita leggermente strozzata.
“Anche tu stai qui.” rispose lei, restando seduta a terra senza abbassare lo sguardo.
“Ma va tutto bene? Ti è successo qualcosa?” insistette lui, sperando sinceramente che la risposta fosse un no. Quella ragazza era certamente un po’ strana, ma era anche abbastanza carina da fargli venir voglia di provare a offrirle da bere, per passarci la serata alla faccia dei suoi amici.
La ragazza sorrise. Fabrizio lo interpretò come un va tutto bene. “Se ti va, ci sediamo a un tavolino, ti offro da bere.” propose.
“Vieni a sederti qui con me…” miagolò lei.
Fabrizio si avvicinò: era contento che la ragazza si mostrasse così disponibile, ma era anche un po’ turbato da quella proposta insolita e scomoda. Con il buio non si vedeva quasi nulla ma, sapendo che durante il giorno la sponda del fiume era ritrovo di piccioni e altri volatili, immaginava che sedersi a terra non fosse proprio igienico. Ad ogni modo, per una ragazza carina e disponibile piombata dal nulla in una serata noiosa, avrebbe fatto questo e altro.
La ragazza attese sorridendo che Fabrizio fosse accanto a lei, senza mai smettere di guardarlo negli occhi: sembrava che il disagio indotto da quel piccolo stratagemma la divertisse molto. Il suo sorriso cadde all’improvviso quando il ragazzo le fu davanti; il suo volto si mutò in una maschera inespressiva.
Fabrizio avvertì un fugace senso di smarrimento, ma tentò nuovamente d’instaurare una conversazione: “Come ti chiami?” le domandò.
“Potrei chiamarmi Carlo, credo…”
Il ragazzo arricciò il naso in segno di sdegno. “Carlo?”
“Carlo… È un modo di chiamarsi, no? E va considerato che è il nome di qualcuno che non lo usa più. Potrei chiamarmi Carlo, non credi?”
Fabrizio cercò di ripercorrere quella frase due o tre volte: la ragazza aveva parlato con tono serio, tanto che il suo ragionamento privo di senso per un attimo gli era parso inconfutabile. Solo per un attimo, però. “Mi prendi in giro, sei simpatica.” mentì infine. Non l’aveva trovata affatto simpatica, ma ogni secondo passato a fissare quegli occhi brillanti lo aveva reso più certo di voler passare la serata con lei. “Allora, Carlo…” disse poi, ridacchiando su quel nome, “se mi segui fin su, ai locali, ti offro da bere. Che ne dici?”
“Io non bevo.”
“Ti offro… un panino? Delle patatine fritte?”
“Che cosa?”
“Sì, qualcosa da mangiare, quello che vuoi.”
“Io non mangio.” concluse lei, riprendendo a sorridere. Così come la gente non le piaceva per nulla, gli individui la incuriosivano molto. Sentiva una sorta di spinta a socializzare in quel modo: qualcosa le diceva che, riuscendo a non interrompere troppo a lungo il contatto visivo, il gioco era fatto. Doveva ancora capire di che gioco si trattasse, ma di una cosa era sicura: le ci voleva un individuo.
“Smettila di scherzare, dai. Mi piaci, vorrei conoscerti meglio.” osò Fabrizio, distogliendola dalla sua strana euforia e ottenendo l’effetto di far crollare nuovamente il suo sorriso.
“Io non scherzo per niente: non ricordo di aver mai mangiato nulla.”
“Sarai mica anoressica?” chiese lui, scansionandole il corpo minuto e constatando che, pur essendo piccina, era ragionevolmente in carne.
“Forse lo sono. Non mangio, quindi…”
“Quindi niente,” la interruppe lui, “sei troppo carina per avere questi problemi!” sentenziò sorridendo, per poi sporgersi ad accarezzarle una mano.
La ragazza riprese a sorridere, questa volta in modo esagerato: una sensazione piacevole era corsa dalla punta delle sue dita al suo braccio, fino a farle percepire un leggerissimo brivido lungo la schiena.
Fabrizio si accorse che la ragazza gradiva il contatto e le prese anche l’altra mano, inducendola ad alzarsi in piedi e a seguirlo fin sotto la scaletta traballante da cui era disceso, e dov’era certo che nessuno avrebbe potuto vederli. La strinse a sé tentando di baciarla, ma lei si ritrasse infastidita. “Che c’è?” insorse.
“Non sei quello che cerco” rispose lei.
“Cosa? E perché hai lasciato che ti portassi qui, allora?”
La ragazza avvicinò il viso a quello di lui fino al limite del possibile, fissando i suoi occhi come se volesse vederne il fondo.
Il ragazzo restò impietrito da quello sguardo e indietreggiò di un passo, per poi fermarsi e cercare di ragionare sulla situazione. Solo in quel momento si accorse che la sua bella si era trascinata dietro un sudicio sacchetto di plastica. “Che hai lì dentro? Droga?” provò a chiederle, immaginando che le avrebbe visto tirar fuori qualche schifezza in grado di spiegare il suo assurdo comportamento. Invece vide uscire dalla busta un martello. Gli scappò una risata isterica, mentre alzava nuovamente lo sguardo su di lei per esternarle finalmente i suoi veri sentimenti: “Sei pazza, stupida e antipatica, non voglio più incontrarti neanche per sbaglio!” le avrebbe detto, se ne avesse avuto il tempo. Non immaginava che, oltre a essere pazza, la ragazzina che aveva davanti era anche tremendamente rapida e decisa.
Quasi senza rendersene conto, Fabrizio si ritrovò riverso a terra, adagiato nella pozza di sangue fuoriuscita dal suo cranio sfondato.
Lei restò a guardarlo per qualche secondo, fino a quando uno spaventoso senso d’insoddisfazione iniziò a dolere tra i suoi folli pensieri: d’improvviso, le sembrò che la sua testa fosse sul punto di scoppiare.
Chiuse gli occhi, poi li riaprì, poi li richiuse, ma non cambiò niente, non ci fu verso.
I suoi pensieri erano frenetici, non riusciva a fermarli, né tanto meno a comprenderli. Doveva fare qualcosa, doveva farlo assolutamente, ma non sapeva cosa. Intanto le sue mani tremavano e il suo corpo si scaldava inverosimilmente.
Strinse i pugni. Li strinse così forte da penetrare i palmi con le unghie. E questo la quietò leggermente. Raccolse da terra un sasso lievemente acuminato e se lo strusciò con forza nell’incavo del braccio sinistro. E questo la calmò un po’ di più. Prima di replicare il gesto sull’altro braccio, guardò per un attimo il taglio che si era procurata: le sue fibre muscolari recise erano pulite come su una tavola di anatomia. Non c’era una sola goccia di sangue, e nemmeno nulla che vi somigliasse.
Per le due notti successive, la ragazza non riuscì a far altro che placare i dolori della sua mente infliggendo dolore al suo corpo, per poi dare il via a lunghe camminate senza meta che finirono per condurla fuori città, nel bel mezzo di un prato incolto entro un parco poco frequentato. Si sentiva in trappola, non poteva far altro che attendere, e la sua sofferenza era qualcosa d’indescrivibile.
Quando finalmente Bruno la trovò, le sue braccia e le sue gambe erano ormai completamente segnate dai tagli. “Sophia?” provò a chiamarla.
Lei non si girò, pensando che se avesse iniziato a guardarlo avrebbe finito per ucciderlo. “È il mio nome?” chiese a bassa voce.
Bruno le si avvicinò, sedendole a fianco. “Hai perso la memoria, vero?” le chiese dolcemente. A quella distanza, nonostante il buio, riusciva a vedere chiaramente le cicatrici che ricoprivano i suoi arti. “Che ti è successo?” chiese, cercando di contenere il suo spavento per non preoccuparla ulteriormente.
Sophia estrasse dalla sua busta un vecchio chiodo arrugginito e se lo conficcò nella coscia, sotto lo sguardo basito di Bruno.
“Sei autolesionista… Perché?” insorse lui, sforzandosi in ogni modo di mantenere un tono di voce tranquillo.
“Qualcosa bisogna pur essere.” replicò lei, insistendo nel non degnare di uno sguardo il suo interlocutore.
Bruno non resistette: prese la sua testa e se la strinse al petto, lasciando che le sue dita le scorressero tra i capelli sudici.
L’aveva cercata in ogni modo, dopo la battaglia. Una volta compreso che il mondo oltre i confini, così come l’aveva conosciuto, non esisteva più, si era assiduamente dedicato alla ricerca di quella piccola parte di realtà immateriale che perdurava la sua esistenza in lui. Durante la riscoperta dei suoi poteri di Viator, una convinzione non lo aveva mai abbandonato: la sua amante esisteva ancora, da qualche parte, e lui l’avrebbe trovata. Ormai incapace di vivere un’esistenza normale, aveva chiuso il suo vecchio negozio e lasciato il suo appartamento. Le sue capacità gli avevano consentito di adattarsi facilmente a quel breve periodo di peregrinazione, nonché di rintracciare la sua amata Sophia pochi giorni dopo la sua inspiegabile comparsa sulla faccia materiale della realtà.
La felicità dell’averla ritrovata si era immediatamente trasformata in sgomento dato che, chiaramente, qualcosa durante il passaggio era andato storto. Il suo corpo era rovinato e anormalmente privo di sangue; la sua mente non sembrava aver subito meno danni.
Bruno si fece coraggio, trasse un respiro e la forzò a guardarlo: stava per dirle che avrebbe fatto qualsiasi cosa per aiutarla, ma l’incontro con i suoi occhi verdissimi ebbe su di lui un effetto inaspettato.
Incapace di parlare e di muoversi, Bruno restò a guardarla da vicino respirando piano, nell’attesa che lei prendesse una qualsiasi iniziativa.
Lei sorrise e la sua mente si placò all’improvviso: “Sei quello che stavo cercando.” sussurrò dolcemente all’orecchio del suo amante, per poi cercare le sue labbra e lasciarsi andare a un lunghissimo bacio.

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