Cercando Fantasy…

child-765749_1280Lucilla abbozzò due piccole macchie scure al centro del foglio da disegno.

Ricordava di aver conosciuto la ragazza misteriosa quand’era ancora molto piccola, ed era lì che voleva condurre i propri pensieri.

All’epoca, i suoi capelli erano ancora così chiari e sottili da assumere una colorazione platinata sotto i raggi del sole, ed erano sempre raccolti in due codini alti sopra la testa; i suoi occhi scurissimi risaltavano, proprio come due macchie d’inchiostro, in mezzo al candore del suo viso ancora leggermente paffuto. Poteva avere quattro o cinque anni. E ritrarre se stessa come una bambina, proprio ora che iniziava a intravedere l’età adulta, la fece sorridere di tenerezza nella solitudine della sua stanza.

Pensò quindi a come aggiungere alla sua opera l’oggetto della propria, neonata, ossessione.

Ricordò, con un certo sforzo, che quella ragazza le aveva detto di chiamarsi Fantasy e che era già grandicella quando… Possibile? Forse su questo Lucilla si sbagliava: la sua tenera età doveva aver alterato la percezione di quella dell’altra.

Scuotendo la testa, tornò con la mente a quel giorno di alcuni anni prima.

Rivide sé stessa vagare per le campagne, reduce da un brutto litigio con la madre. Le capitava spesso: “Se non smetti di gridare scappo di casa!” minacciava. E correva via. Poi tornava, a volte in pochi minuti, più di rado si trattava di qualche ora, cosa che le procurava nuove tirate d’orecchie.

Si scoprì a sorridere ancora una volta.

Selezionò una varietà di pastelli verdi e marroni, decisa a non interrompere più il flusso dei propri pensieri scandito dalla rappresentazione degli stessi, e ricordando che durante quella fuga era finita in un posto che odorava di terra e di erba, dove l’atmosfera era insolitamente densa, fitta di voci e di rumori impercettibili.

Quel giorno aveva visto le colline per la prima volta: erano di un bellissimo verde smeraldo e sembrava che il mare le avesse accarezzate a lungo, fino a lasciarci impresse le sue onde.

Aveva trovato un gatto nero e l’aveva seguito, godendosi in pieno quella camminata tra i prati incolti.

L’aria era tiepida, il gatto camminava pigramente e Lucilla lo seguiva respirando forte. All’improvviso, lui aveva accelerato e si era infilato in una strana costruzione di pietra all’apparenza abbandonata. La bimba si era fermata di scatto: non aveva mai visto nulla del genere. I muri della casupola erano interamente costituiti da blocchi di pietra, del tutto dissimili dalle pareti intonacate che era abituata a vedere; la facciata era lunga ma bassa, come se tutta l’abitazione fosse costituita da un solo piano molto ampio; le uniche vie di comunicazione con l’esterno consistevano in due finestrelle dal vetro annerito e una piccola porticina di legno, poste in modo ravvicinato sul lato sinistro dell’abitazione. Lucilla aveva fatto qualche passo indietro e, con meraviglia, si era accorta di un’altra anomalia: il tetto era coperto da un manto d’erba, tra la quale spuntavano alti steli verdi sormontati da piccoli fiorellini viola.

Aveva poi percorso tutta la facciata, sempre più incuriosita: su entrambi i lati, la casa era cinta da un muretto di pietra, che sembrava proseguire fino a una scura macchia boscosa. Dopo averlo costeggiato per un centinaio di metri, la piccola si era resa conto che c’era troppo da camminare per i suoi gusti, così, aveva rinunciato all’idea di aggirarlo ed era tornata davanti alla porticina, chiedendosi se fosse il caso di seguire l’esempio del gatto e farsi strada direttamente dall’ingresso socchiuso.

Si era fermata ad ascoltare i rumori circostanti e niente le aveva fatto pensare che la casa fosse abitata. Mentre Lucilla prendeva coraggio, Fantasy era uscita dalla porticina con il suo gatto nero in braccio.

Lucilla era rimasta a guardarla con gli occhi sgranati.

I suoi capelli erano di un rosso acceso molto particolare, così come le sue sottili sopracciglia, e la sua pelle era bianca come la porcellana. Anche lei, proprio come Lucilla, spezzava il candore del suo incarnato con due grandi occhi scuri. Il suo corpo sottile era coperto da un fine abito bianco, il cui semplicissimo corpetto senza spalline sembrava esserle stato dipinto addosso fino all’altezza dei fianchi, dove si allargava in un’ampia gonna che terminava in maniera irregolare sulle sue finissime caviglie. Quel vestito non sembrava un normale prodotto di sartoria: osservandolo da vicino si poteva intuire che era interamente composto da minuscole piume bianche. Nel complesso, Fantasy era eterea, inconsistente; ma quel che Lucilla trovava più strano era la sua luce: sembrava che dalla sua pelle provenisse un bagliore sufficientemente forte da illuminare lo stanzino alle sue spalle.

Eppure era reale: stava proprio davanti a lei e profumava di fiori.

“Sei la figlia di Clelia?” aveva chiesto Fantasy, dopo aver osservato a lungo Lucilla.

La bambina aveva subito notato uno strano accento nella voce di quella ragazza; tutto era sempre più strano.

“Conosci la mia mamma?” aveva domandato incredula.

Fantasy non aveva risposto ed era rientrata in casa senza richiudersi la porta alle spalle. Camminava leggera, veloce e sicura. I suoi capelli rossi ondeggiavano anche al chiuso, la sua carnagione chiara si vedeva anche al buio. Lucilla l’aveva seguita, curiosa, senza riuscire ad attribuire forma e dimensioni a quella stanza scura.

“Come mai conosci la mia mamma? Posso giocare col gatto? Come si chiama?”

Le sue domande non ricevevano risposta. Fantasy la ignorava, come se non fosse neanche stata lì.

Insieme avevano attraversato lo stanzino ed erano scese in una cantina ugualmente buia che odorava di muffa, dove Fantasy aveva dato da mangiare e da bere al gatto. Lucilla non aveva smesso di parlare nemmeno per un momento: parlava di lei e della madre, di come litigavano sempre, insisteva che sarebbe scappata di casa sul serio, prima o poi.

“Non hai paura del buio?” aveva poi chiesto Fantasy, all’improvviso.

“No.”

“Di cosa hai paura?”

“Degli insetti, quelli che volano… E dell’acqua.”

“Non va bene…”

“No?”

Fantasy aveva poi ripreso a camminare decisa e Lucilla aveva continuato a seguirla, mantenendo però un religioso silenzio dopo quella breve conversazione inattesa. Erano risalite al piano terra, ritrovandosi finalmente in una stanza dove il sole riusciva a bagnare le pareti. Lucilla aveva alzato lo sguardo e aveva visto che la luce proveniva da un buco rotondo al centro del tetto, sostenuto da assi di legno disposte a raggiera e terminanti sulle pareti della stanza, anch’essa tondeggiante.

“Questo dovrebbe essere l’ingresso, l’altro era troppo buio.”  sentenziò convinta la bambina, accorgendosi che, nel frattempo, Fantasy aveva aperto una porta di legno con volta ogivale che dava sull’esterno.

Senza aspettarsi che la ragazza commentasse la sua acuta osservazione, Lucilla era uscita su quello che doveva essere il cortile interno: uno splendido giardino che sembrava un bosco fiorito. A ridosso del muretto di pietra già visto dall’esterno, si alternavano aiuole di gigli bianchi e arancioni, iris e narcisi. L’erba smeraldina era costellata di margheritine prataiole, qua e là erano piantati cespugli di magnolia stellata, felci e frangipani. Più avanti, grosse conifere segnavano l’ingresso nel bosco vero e proprio. All’ombra di un alto cedro e di alcuni abeti c’erano due altalene.

Fantasy e Lucilla avevano ondeggiato nell’aria per tutto il pomeriggio, e per molti dei pomeriggi successivi.

Nel giardino non c’erano insetti, né acqua.

 

 

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